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    “Per avere in mano la propria vita, si deve controllare la quantità e il tipo di messaggi a cui si è esposti.”

     - Chuck Palahniuk -

     

    Una schietta analisi del problema di una comunità che non può essere definita tale: l’intervento su “Forum Security” del Cap. Vincenzo Cotroneo, Head of M.E.N.A. Department di APICES, per un nuovo approccio d’intelligence.

    Posted on 02/01/2018 by Redazione #apicespeople

    Tempo stimato di lettura: 10' 50''

    C’è qualcosa di perverso nella continua ricerca di qualcosa che si è capito non esistere e, nonostante tutto, si continua a cercare, in tutti i modi, a volte millantandone la scoperta o inventandone una traccia. Eppure non esiste.

    E’ come un concetto. E’ un'idea, un pensiero, qualcosa di immateriale che si materializza agli occhi, ma solo per il gioco delle sinapsi cerebrali che danno forma e sostanza ai nostri costrutti mentali dettati da segnali nervosi. Così nei processi di razionalizzazione delle informazioni, al fine di tracciarne una provenienza certa, un fine corretto ed una esatta e circostanziata tematica, a volte si tende a cercare ciò che già si sa non esistere. Per quanto si nomini e si rinomini come qualcosa di non solo accertato, ma di chiaro, comprensibile, sensibile ed evidente di per sé stesso.

    Chi si occupa, anche solo per diletto e non per lavoro, del tracciamento degli eventi che prendono forma nel mondo, via via in scala fino al nostro quartiere, ha avuto la ventura di trovarsi di fronte più volte a insiemi più o meno grandi di persone. Analisti e non indicano questi agglomerati umani come “comunità”.

    La domanda successiva è obbligatoria. Per sentirsi tale, questa Comunità che tipo di elementi deve condividere tra i suoi aderenti, affinché non vi siano motivi per derubricare a più sottoinsiemi rispetto a quello principale?

    Il vocabolario di Wiki, (una volta per fare ottima figura si citava il dizionario Webster) il più utilizzato dalla media delle persone che si interfacciano con la rete, indica che comunità è un insieme di individui che condividono lo stesso ambiente fisico e tecnologico, formando un gruppo di persone riconoscibile, unito da vincoli organizzativi, linguistici, religiosi, economici e di interessi in comune. Basta questo per essere/fare/sentirsi “comunità”?

    Forse affiancando al paradigma del dizionario ulteriori concetti, quali quelli di identità storica, di radici, di usi e costumi, insomma tipizzando una struttura organizzativa complessa che si dirama e divide su più livelli di gestione, ecco che abbiamo la nostra immagine di “comunità”. La nostra, occidentale e strutturata, tipizzata e costruita su più gestioni del potere e con il rapporto più o meno positivo che si crea tra governanti e governati, tra amministratori ed amministrati, tra chi ha il compito di parlare “a nome di...” e chi il dovere di sorvegliare che questo compito venga adeguatamente assolto.

    Tutto ciò posto, può quella Islamica essere considerata “comunita”?

    Amo sempre considerare l’insieme della popolazione dei fedeli all’Islam con il sostantivo “galassia”, che identifica meglio il complesso sistema islamico di rappresentanza, aderenza e declinazione del concetto comunitario.

    Sistema racchiude tutto. Dalla identificazione con una scuola giuridica o con un ramo della fede, fino al pulviscolo delle sub comunità della rete social che si ritrovano a parlare di jihad e di come strutturare attività di emulazione di quel o quell’altro attentato, in libertà di aderenza al più carismatico o influente e rigorosamente auto nominato “dotto”, che si erige a guida di quel piccolo o grande aggregato umano.

    Perché parlare di comunità islamica è sbagliato?

    Partiamo da un assunto. Quando in occidente si parla di “comunità”, si fa riferimento ai legami poco sopra riportati, per cui identifichiamo o crediamo di identificare senza dubbio una organicità di soggetti che condividono tra loro un pensiero, una radice, finanche uno spazio geografico delimitato politicamente, che serva per stabilire fin dove si possa considerare valido un atto, un patto, una semplice promessa. Partiamo quindi con la prima mossa già sbagliata.

    Parlare di comunità islamica è di per sé una contraddizione in termini.

    Nulla vi è di più diviso e costantemente in moto dell’insieme che comprende questo popolo, che in potenza condivide solo la parola “Islam”.

    Geograficamente, è ridicolo considerare una ipotesi di territorialità che sia essa più o meno continua in modo da poter definire “comunità islamica” identificando il totale dei fedeli. Un totale che supera di alcune centinaia di milioni il miliardo di unità, in una striscia ideale che racchiude il grosso di questo numero tra le parentesi rappresentate dalle sponde africane occidentali, passando attraverso in nord africa fino all’Egitto per poi tuffarsi in medio oriente e parzialmente alcuni paesi asiatici, fino ad arrivare nella penisola indonesiana in pieno sudest asiatico. Ridicolo considerare analiticamente una così vasta porzione di globo come portatore di univoche istanze e punti di vista assolutamente condivisi e valevoli nello stesso modo in ogni punto di questa striscia ideale.

    Quindi, se non è l’elemento geografico quello che ci può aiutare nella identificazione di “comunità islamica”, dovremo tentare con altro.

    L’Islam come elemento religioso. Errore, a scuola lo avrebbero colorato con il blu. E’ opinione generale, oggi, che il solo pensare a criticare l’Islam per qualche suo aspetto possa nuocere al portatore di tale considerazione, condizione che ha portato al coniare il termine “islamofobo” connotando la cosa di strisciante razzismo becero.

    Voglio, per abitudine professionale, scendere un po’ più in profondità e chiarire a me stesso un concetto.

    Non esiste un Islam che sia solo qualcosa. Non esiste l’Islam solo come religione, o come elemento giurisprudenziale, o come insieme di elementi politici e via così...

    Si accetti l’idea che Islam è tutto ciò insieme e sempre. E sia detto questo senza adozione di alcun colore o paternità ideologica. Così è.

    L’Islam non può prescindere dall’essere bastevole a se stesso ed al fedele nel pieno soddisfacimento di ogni dubbio e perplessità.

    E’ per evidenza una religione, così come è attraverso gli stessi testi religiosi una raccolta giurisprudenziale oggi utilizzata come diritto in determinati Paesi, così come a livello politico è un “sistema” di pieno controllo del fedele, che si assume non debba chiedere il perché o il come di una imposizione dettata da un versetto, perché la stessa natura di quel versetto che è religioso e legge all’unisono è voluto e dettato direttamente da Dio, per cui indiscutibilmente vero, perfetto e giusto.

    E in questo contesto, tutto ciò che noi derubricheremmo a peccato veniale o di morale (la donna, l’alcool, la bestemmia, l’essere uso al consumo di droghe ed altri vizi socialmente discutibili) assurgono a reato contro la società e contro Dio, per cui non vi è altro che imporre una punizione suprema che spesso collima con la morte del reo. E nonostante questa sia una visione che è coralmente accettabile dalla stragrande maggioranza dei Paesi Islamici (ovvero repubbliche islamiche propriamente dette o Paesi che pur adottando costituzioni adottano la sharia o parte di essa come testo legislativo), questi dettami si offrono ad una interpretazione da parte degli stessi mussulmani che si adeguano in modo più o meno soft alle abitudini dei Paesi nei quali emigrano e nei quali costruiscono carriere lavorative e stabiliscono le loro famiglie con prole accessoria.

    Tali interpretazioni sono tuttavia oggetto di dura reprimenda a livello sociale dalle stesse guide delle varie entità che si richiamano ai dettami coranici in giro per l’Europa.

    Nessuno è profeta in Patria dice il vecchio adagio, ma nemmeno al di fuori, a ben vedere. E quindi ognuno, nella tranquilla intima autonomia di casa, si regola un po’ come crede sia sul bere, che sulla preghiera, che sul cibo che su tutto il resto, salvo fuori tentare di far credere di essere sempre un ottimo fedele, essendo il concetto di onorabilità pur sempre uno dei massimi cardini collettivi della gente mussulmana. D’altro canto l’esperienza della dissimulazione (la taqiyya) è propria dell’esperienza storica mussulmana.

    Un discorso ancora meritano le guide, o così intese tali, delle tante comunità (intese in senso di spazio fisico, spesso in affitto) cittadine o addirittura di quartiere, che rappresentano dette comunioni nei confronti di amministrazioni, enti ed associazioni che si avvicinano (un po’ per volontà, un po’ per moda del momento) a chiunque di islamico possa fornire una sorta di patentino di socialmente e politicamente allineato, coperto e corretto.

    Il problema è che nessuno di detti signori è realmente in grado di fornire alcunché, non essendo dotati di alcun tipo di riconoscimento politico, di alcun tipo di riconoscimento religioso (non esiste un clero islamico, né un corso specifico per Imam – ad eccezione di poche realtà come quella di Al Azhar – che possa titolare il frequentante a dirsi tale), né amministrativo o diplomatico. Ergo, l’accordo o le parole o tutto ciò che si riesce a portare a conclusione con tale soggetto vale fin dove arriva il suo carisma sociale locale, quindi fosse anche un solo angolo di strada, ed alla prossima via o viale bisognerà concludere lo stesso tipo di accordo con il responsabile riconosciuto tale da quel gruppo di cittadini, sì islamici ma di altra natura, corrente, razza o simpatia per una specifica corrente di devozione… e non sono poche.

    Non arriverò a scomodare le appartenenze sunnite o sciite, che sarebbero già importanti, essendo la base degli enormi contrasti nati nell’Islam stesso all’indomani della morte del suo maggior profeta, ed a una sciagurata eredità di guerra e conquiste che fu portata avanti dai califfi successivi a Maometto fino alla tragica battaglia di Kerbala. Ma, ad una attenta lettura (e nemmeno mica tanto attenta) delle attuali vicende politiche che intessono in medio oriente, si potrebbe senza dubbio tracciare una fitta rete di fili ad alta tensione, che si innestano tra Paesi Sciiti e Paesi Sunniti. Tra Paesi Sunniti e Paesi Sunniti. Tra rappresentanti di una delle scuole giuridiche sunnite classiche e i rappresentanti delle altre tre scuole. Tra Imam prezzolati al soldo delle petrolmonarchie (che maledicono Israele e Stati Uniti - giusto per un esempio - pubblicamente, per poi strizzare l’occhiolino di nascosto), di Sultanati ed Emirati che investono miliardi di dollari nei fondi che partecipano a più titoli nell’economia europea e con i ricavati finanziano il proliferare delle organizzazioni terroristiche, che sguazzano nel far crescere giovani martiri dissociati e disadattati che trovano nel suicidio rituale la loro forma di realizzazione adulta.

    Tutto ciò per spostare in avanti o indietro, più ad est o più ad ovest l’asse dell’e(s)quilibrio di potere e guida dei Paesi mediorientali, ad oggi mantenuto con forza (di spallate) dalla famiglia Saud e dal suo principe erede Salman, che guida incontri con re Muhammad VI del Marocco, che a sua volta condivide l’asset turistico del proprio Paese con la famiglia Al-Thani, sovrana in Qatar (e primo investitore turistico in Tunisia), che vorrebbe di rientro avere una maggiore leadership a scapito dell’Arabia Saudita e che per questo cerca sponda tra altri “dissociati per dispetto”, come Turchia (terra di aspiranti neo sultani) e Iran, che una volta per tutte vorrebbe cancellare la presenza del Gran Mufti saudita, che ha pubblicamente bollato gli sciiti rei di eresia…

    Chi, ora, potrebbe affermare in piena legittimità intellettuale che parlare di “comunità Islamica” è cosa corretta ed identificativa di tutti i musulmani?

    E nessuna meraviglia allora se qualcuno accetta il Natale senza problema ed altri nascondono i figli in casa pur di non farli assistere alla recita a scuola. E non si tratta di essere più o meno tiepidi di fronte alla fede. Si tratta di profonde, importanti e radicate differenze di credo e di stile del credo, che sono nell’Islam e dentro l’Islam, spesso, fin troppo, non solo tra città, ma tra vicini di casa.

    Tempi duri per chi rincorre fotografie, strette di mano e ambizioni di pacificazione sociale. Sarebbe il caso di studiare bene la variegata struttura sociale che abita le nostre città, in modo da poter essere pronti a fornire risposte giuste e precise, in tempi giusti, e soprattutto rivolgendosi alle persone corrette, senza inseguire falsi maestri e autoproclamati leader senza ne arte né parte.

    Più che mai si necessita di lungimiranza ed attenzione politica. Cercasi.


    Vincenzo Cotroneo

    Head of M.E.N.A. Department di APICES

    Analista esperto di Geopolitica dell’Islam e Consigliere qualificato in Diritto Internazionale dei Conflitti Armati

    Ricercatore presso il Centro Documentale sull’Intelligence e Docente dell’Università della Calabria


    Questo articolo è tratto da Forum Security.



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