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     - Chuck Palahniuk -

     

    Una guerra senza fine

    La cronaca delle ultime settimane appare dominata dalle notizie delle nuove ostilità tra Israele e Palestina: una guerra che sembra non avere fine.

    Posted on 21/05/2020 by Redazione #apicespeople


    Il 10 maggio scorso il gruppo politico e paramilitare palestinese guidato da Hamas ha sferrato un attacco missilistico contro Israele, riaprendo così tra i due Stati una ferita che negli anni non ha mai smesso di sanguinare.

    Il motivo dell’attacco da parte di Hamas è legato alla politica espansionistica di Israele. Il Paese, governato da Benjamin Netanyahu, ha infatti recentemente occupato il quartiere palestinese di Sheikh Jarrah (Gerusalemme Est), distruggendo diversi stabili e costringendo delle famiglie palestinesi ad abbandonare le loro case, secondo una dinamica consolidata dall’ormai lontano 1947, anno della fondazione dello Stato di Israele su mandato britannico e con la benedizione delle Nazioni Unite.

    A tale attacco, Israele ha risposto bombardando pesantemente la Striscia di Gaza che da sempre rappresenta uno dei punti chiave di questo lungo e interminabile conflitto: è in questa regione costiera, confinante con Israele ed Egitto, che si sono consumati i peggiori massacri (l'ultimo, nel 2018, comportò migliaia di feriti in quella che viene ancora ricordata come “la marcia insanguinata dei manifestanti di Gaza”). Ed è proprio qui, in questo luogo, che si sono rifugiati milioni di palestinesi a seguito delle politiche espansionistiche di Israele.

    La fondazione unilaterale dello Stato di Israele comportò lo sfratto fisico di migliaia di famiglie palestinesi dalle loro abitazioni, costrette ad andarsene per far spazio ai nuovi insediati. In seguito agli orrori della Seconda Guerra Mondiale e all'Olocausto vi era, tra membri del Patto Atlantico, l’opinione condivisa di risarcire gli ebrei della diaspora, concedendo loro la tanto attesa "Terra Promessa". I sopravvissuti alla persecuzione nazista ebbero così la possibilità di veder nascere uno Stato che fosse finalmente il loro, la cui fondazione però si basava su una violenza compiuta ai danni delle famiglie palestinesi costrette militarmente ad abbandonare le loro case.

    A partire da quel momento, questa terra non conobbe più pace.

    Il conflitto tra Israele e Palestina ha comportato la morte di migliaia di civili da ambo le parti e la nascita di gruppi armati palestinesi, tra cui Hamas, per rivendicare le terre spossessate.

    Fondato nel 1987 come braccio operativo dei Fratelli Musulmani, Hamas ha una matrice islamista ed è attualmente guidato da Isma'il Haniyeh. Hamas punta al ripristino dello status quo precedente la creazione dello Stato di Israele e ritiene che ciò possa avvenire soltanto attraverso la guerra.

    Al contrario, il leader Mahmood Abbas (anche conosciuto come Abu Mazen), Presidente dello Stato di Palestina, dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina e dell’Autorità Nazionale Palestinese, si è sempre rivelato profondamente contrario alla lotta armata e negli anni si è impegnato a realizzare uno Stato palestinese indipendente attraverso negoziati e diplomazia.

    Aspetti questi che hanno provocato una profonda frattura all’interno dello stesso Stato e popolo palestinese. Da un lato, infatti, troviamo la fronda moderata di Abu Mazen, dall’altro quella belligerante di Hamas che detiene di fatto il potere nella Striscia di Gaza, forte del consenso maturato, che è responsabile della ripresa del conflitto.

    Gli scontri di questi ultimi giorni hanno motivazioni radicate nella storia e si fondano su problematiche mai risolte e di cui buona parte dell’Occidente è responsabile. A conferma di ciò, la difficile tregua che la diplomazia internazionale è riuscita a raggiungere solo poche ore fa, dopo lunghi ed estenuanti giorni di conflitto e centinaia di morti. L’ennesimo cessate il fuoco che, anche stavolta, non è preludio di pace, bensì dell’inizio di nuove tensioni. Hamas ha dichiarato, infatti, che “i razzi non sono finiti” ed Israele ha risposto che ci sarà “calma solo in cambio di calma”.

    E mentre buona parte della comunità internazionale resta impassibile a guardare senza prendere posizione, o peggio, prendendo la posizione a sé più favorevole, si affacciano sulla scena nuovi attori internazionali, quali la Cina, pronti a giocare un ruolo determinante nel complesso processo di pace in Medio Oriente.

    Ma conosceranno mai pace quelle terre?

    Ad oggi solo una cosa è certa: la comunità internazionale tutta ha fallito perché gli accordi siglati negli anni non sono stati davvero in grado di assicurare progressi in favore della pace e della stabilità: anzi, hanno alimentato tensioni e reso ancor più incerti i delicati equilibri mediorientali.



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